PSICHE COLLETTIVA: PAURA O SICUREZZA? Neuroscienze della vita comunitaria
- Tiziana Franceschini

- 5 giorni fa
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Introduzione: psiche collettiva e vita comunitaria
Chiama alla riflessione questo momento sociale, in cui il disagio psicologico entra prepotentemente nelle nostre case. Bonus psicologo, psicologo scolastico, psicologo della mutua, una pioggia di psicologi online, spesso uno psicologo per ogni componente della famiglia…tutte queste richieste di aiuto parlano di una sofferenza diffusa, che chiede di cambiare prospettiva. La visione psicologica, che guarda al disagio personale leggendo i rapporti familiari e intimi, va integrata con una visione più ampia, che apre lo sguardo alla società.
Accanto alla psiche individuale, formata dalle esperienze dell’individuo, ed alla psiche familiare, che raccoglie la storia di diverse generazioni, esiste anche una psiche collettiva, la quale custodisce rappresentazioni, emozioni, modelli di comportamento, consuetudini, ideali e valori di natura sociale.
La società è un sistema che funziona come un grande corpo collettivo, la cui sofferenza ci parla del suo stato di salute. Una parte importante dell’odierno disagio psicosociale è attribuibile all’indebolimento della vita comunitaria, che per la società equivale a quello che per il nostro corpo è il sistema immunitario. Grazie ad una rete umana di supporto riceviamo l’aiuto pratico ed emotivo con cui fare fronte allo stress. Grazie al senso di appartenenza alla comunità funzioniamo come una società coesa, capace di superare gli attriti sociali e di garantire a tutti una sufficientemente buona qualità di vita.
1. Neuroscienze della vita comunitaria: il sistema di coinvolgimento sociale
Per comprendere meglio gli aspetti sociali del benessere, per disporre di parole con cui osservare le risorse e le criticità della psiche collettiva, possiamo fare riferimento alle Neuroscienze e alla Teoria polivagale, che accogliamo la sfida di declinare in chiave sociale. Nella teoria polivagale del neurofisiologo Stephen Porges (2014)[1], la vita comunitaria si basa su quello che viene chiamato Sistema di Coinvolgimento Sociale (Social Engagement System), uno specifico percorso neurale grazie al quale noi mammiferi ricerchiamo il contatto fisico, la vicinanza emotiva, l’aiuto e la collaborazione degli altri.
Grazie alle relazioni, risolviamo i problemi, ci adattiamo all’ambiente e superiamo lo stress, fino a ripristinare uno stato di calma: il nostro sistema nervoso si appoggia al sistema nervoso delle altre persone per resettarsi, in funzione di quella che la neurobiologia interpersonale chiama co-regolazione[2]. Sono competenze che si attivano sia a livello interpersonale, quando il genitore tranquillizza il bambino e l’amica rasserena l’amica, sia a livello collettivo, se la società agisce in modo da sostenere la vita comunitaria e offrire tutele e servizi di supporto per i cittadini in difficoltà e le classi sociali svantaggiate.
La teoria polivagale spiega un aspetto molto importante della vita sociale: noi esseri umani possiamo attivare i percorsi neuronali del sistema di coinvolgimento sociale (in termini tecnici il ramo ventrale del nervo vago), solo se ci sentiamo sicuri. Il senso di sicurezza è una specie di lasciapassare, rilasciato dalla neurocezione, una funzione che opera inconsapevolmente, in quanto regolata da centri cerebrali che lavorano al di sotto della coscienza (nelle aree sottocorticali).
Il sistema nervoso continuamente si pone la domanda “Sono al sicuro o sono in pericolo?”, allo scopo di garantire la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Se l’organismo si sente sicuro, si predispone alla relazione e alla collaborazione. Al contrario, se percepisce un pericolo che minaccia la sopravvivenza psicofisica, si tutela andando in protezione di se stesso. Non si attiva più il sistema di coinvolgimento sociale, ma le altre difese di cui disponiamo in quanto animali: lotta, fuga e freezing (risposte “attive” del sistema nervoso simpatico) oppure, in casi estremi, dissociazione e morte apparente (risposte “passive” del ramo dorsale del nervo vago).
A livello individuale, riconosciamo questo meccanismo tutte le volte che l’insicurezza, l’ansia e la paura ci impediscono di entrare in una relazione empatica con l’altro-mondo. A livello collettivo succede la stessa cosa: la mancanza di sicurezza sociale spegne il sistema di coinvolgimento sociale, generando isolamento, solitudine, ma anche rabbia e conflittualità sociale. Quando percepiamo un senso di minaccia, la vita comunitaria viene meno, la società perde la possibilità di ricorrere alle difese più evolute (il sistema di coinvolgimento sociale) e si ammala, smettendo di funzionare come un sistema regolato.
2. Il senso di sicurezza: rischi, paradossi e rappresentazioni
La sicurezza è così importante da essere l’obiettivo di una gran parte delle misure sociali, richieste dai cittadini e proposte da governi e istituzioni. Su questo punto le neuroscienze possono dare un grande contributo, offrendo spunti utili a riflettere sul modo in cui socialmente intendiamo la sicurezza e sull’efficacia delle misure adottate per il nostro sistema nervoso. In altre parole, siamo certi di sapere ciò che veramente ci rende sicuri?
Una declinazione molto comune della sicurezza è quella per cui vengono offerti e richiesti interventi come l’installazione di telecamere o la presenza di forze dell’ordine nei punti critici delle città. Quali informazioni arrivano al sistema nervoso se, camminando per strada, vediamo delle telecamere che ci riprendono e degli uomini in divisa con delle pistole, a cui dobbiamo avvicinarci per prendere la metropolitana? La parte razionale del cervello (la corteccia) può esserne rassicurata: sa che dietro le telecamere ci sono delle persone attente alla nostra incolumità, conosce il significato di una divisa e l’esistenza di organi dello stato incaricati di mantenere l’ordine pubblico.
La ragione, però, non può fornirci una vera e propria rassicurazione, come sa bene chiunque soffra di ansia: il senso di sicurezza interiore di cui abbiamo bisogno può venire solo da una valutazione della neurocezione, che, come abbiamo visto, è frutto delle aree sottocorticali del cervello, le quali funzionano secondo criteri diversi rispetto alla mente razionale. Agendo al di sotto della consapevolezza razionale, la neurocezione non tiene conto delle conoscenze della corteccia: in quanto animali predabili, per noi una pistola costituisce una minaccia a prescindere, che in automatico invia un messaggio di pericolo e manda istantaneamente in allerta il nostro sistema nervoso. Potremmo non percepire che si altera il battito cardiaco e che il respiro si fa più corto, forse non sentiamo quel sottile disagio alla bocca dello stomaco, certamente non rileviamo gli ormoni dello stress che silenziosamente si diffondono in tutto il corpo.
Come il genitore iperprotettivo finisce col danneggiare i propri figli, così i governi che adottano simili misure rischiano di ottenere l’effetto opposto, incorrendo nel paradosso della sicurezza: “Se abbiamo bisogno che tu mi protegga, vuol dire che il mondo è un posto pericoloso, di cui dobbiamo avere paura”. A livello inconscio, la neurocezione rileva un pericolo e cade vittima del paradosso: più veniamo protetti, più aumenta la nostra paura. Il corpo sociale va in allarme, l’insicurezza manda fuori gioco il sistema di coinvolgimento sociale, ci disconnettiamo gli uni dagli altri, la vita comunitaria si impoverisce e la psiche collettiva si disregola: perdiamo la capacità di relazionarci, ma anche di riflettere e di auto gestirci. Più ci sentiamo insicuri, vulnerabili e soli, più andiamo alla ricerca di una protezione esterna, di misure di contenimento e di controllo, che, però, non possono darci la tranquillità interiore necessaria a spezzare questo meccanismo.
Le misure di sicurezza che ci vengono proposte agiscono sulla psiche collettiva in modo molto profondo anche a livello rappresentazionale, in quanto immettono nell’immaginario collettivo una serie di rappresentazioni e di schemi di azione. Come il genitore che con il suo comportamento trasmette al bambino una visione dell’altro-mondo e delle strategie di risoluzione dei problemi, così ogni intervento del governo fornisce un esempio, che noi cittadini tendiamo ad imitare (più o meno coscientemente). In base a questo meccanismo, le telecamere che vediamo in strada sono le stesse che compriamo per videosorvegliare i nostri appartamenti, mentre il tracciamento dei telefoni a cui fanno ricorso le forze dell’ordine in caso di un crimine diventa il tracciamento che i genitori di oggi sempre più adottano per controllare i figli adolescenti. Le misure proposte dai governi creano le premesse affinché determinati comportamenti siano considerati leciti, pongono le basi di forme mentis condivise, che diventano poi abitudini collettive.
Un impatto ancora più profondo di tante misure di sicurezza sulla psiche collettiva riguarda il messaggio di relazione veicolato sulla natura dell’essere umano: spesso il mondo viene descritto come un luogo pericoloso, le persone come temibili e inclini alla violenza. L'essere umano è rappresentato come in balia di forze distruttive, che il singolo non può controllare: solo la società è in grado di addomesticarle, imponendo regole, divieti, multe, punizioni, ingiunzioni, controlli, controlli, controlli. Nella nostra psiche si insinua un senso di paura, minaccia e sospetto, che non permette di attivare il sistema di coinvolgimento sociale e di sostenere chi è in difficoltà. Invece della sicurezza promessa, si creano divisione, discriminazione e razzismo, che alimentano la conflittualità sociale e minano la coesione della società.
3. Psiche collettiva: stile di vita e nuove tecnologie
Oltre alla riflessione sulle misure di sicurezza, possiamo domandarci in quali altri modi la nostra società sostiene o, piuttosto, lede la forza del sistema di coinvolgimento sociale. La capacità di connetterci agli altri esseri umani è fortemente minacciata dal nostro modus vivendi: la psiche collettiva di noi cittadini occidentali contemporanei è improntata ad uno stile di vita stressogeno, dominato dalla fretta, dalla continua richiesta di una prestazione efficiente, dalla competizione e da una serie infinita di abitudini non salutari, che strizzano l’occhio alle esigenze del mercato, a scapito del benessere collettivo.
Viviamo tutti in uno stato costante di tensione e in una condizione di totale dipendenza dai soldi e, quindi, dal lavoro salariato. Siamo come bambini mai cresciuti, in una società che offre sempre meno tutele lavorative e sempre meno servizi pubblici per la salute e i bisogni di base. Magari non ci pensiamo coscientemente, ma una parte di noi sa che tutta la nostra vita può crollare, se ci succede un imprevisto come una malattia, un incidente, un divorzio, un licenziamento: la posizione sociale, i beni, gli agi e le comodità conquistati duramente possono venire meno in un attimo e potremmo ritrovarci a chiedere l’elemosina, come quel signore malconcio, che tutte le mattine andando a lavoro fingiamo di non vedere.
La nostra appartenenza alla società dell’opulenza, cioè la nostra sopravvivenza, è costantemente minacciata dalla precarietà e dall’insicurezza economica, per cui il sistema nervoso collettivo vive in uno stato costante di tensione e di allarme. Il nostro stile di vita ha sulla psiche collettiva l’effetto destabilizzante di un trauma cumulativo.
Potremmo proteggerci da questo stress costante attivando le difese del sistema di coinvolgimento sociale, ma il progresso sociale ci propone tutta una serie di nuove abitudini, che ruotano attorno alla tecnologia, mercato del momento su cui tutti investono senza remore. Le nuove tecnologie, imposte dai governi senza un dibattito politico serio a protezione del benessere collettivo, costituiscono uno degli elementi più traumatogeni della società contemporanea, in quanto lesive del sistema di coinvolgimento sociale.
La tecnologia mina la relazionalità, quando sostituisce i rapporti incarnati, gli unici capaci di indurre sicurezza grazie alla co-regolazione, con dei rapporti virtuali, che ci piacciono così tanto perché ci consentono di non affrontare le sfide emotive insite in una relazione vera e propria.
Gli smartphone, i social, le infinite chat, gli avatar, le videocall, le piattaforme di giochi creano per noi una bolla, disegnata a nostra immagine e somiglianza, un altrove immaginario, una zona di apparente confort, in cui ci culliamo nell’illusione di vivere connessi e al sicuro, mentre siamo sempre più soli e isolati. Le chatbot, come ChatGpt, ci abituano ad interagire con entità virtuali, create per essere accondiscendenti e a nostra totale disposizione, in modo da tenere lontane le emozioni negative: il rischio della frustrazione, del conflitto e dell’abbandono che le relazioni umane comportano. Possiamo usare l’intelligenza artificiale per manipolare la realtà a nostro piacimento e per ridisegnare l’identità, che appare sempre più fluida e inconsistente. Il mondo virtuale genera una vera e propria dissociazione dal mondo reale, che va a scapito della stabilità dell’esame di realtà e del senso di identità.
La psiche si abitua a vivere in una condizione di immaturità affettiva, che non permette lo sviluppo dell’intelligenza (cognitiva ed emotiva), delle capacità relazionali e della coscienza morale. Sappiamo che l’uso delle tecnologie in età precoce lede il neurosviluppo e che esiste una correlazione diretta con le sempre più diffuse diagnosi di iperattività e disturbi dell’apprendimento, ma, nonostante questo, i fondi della scuola vengono investiti per una massiccia e capillare digitalizzazione.
Scuola, famiglia e istituzioni si confrontano con l’inquietante aumento del disagio psichico di minori e giovani adulti, che richiederebbe di rafforzare le risorse del sistema sanitario. La sanità pubblica costituisce una parte fondamentale del sistema di coinvolgimento sociale, capace di mandare alla psiche collettiva un messaggio di sicurezza: “C’è qualcuno che si prende cura di me se ne ho bisogno”. Invece, il governo manca la preziosa occasione e risponde lanciando i così detti bonus psicologi, che sostengono il mercato dei professionisti privati. In Italia, nella campagna del 2024 hanno fatto richiesta del bonus più di 400.000 persone, di cui solo circa il 5% ha ottenuto l’agognato aiuto, a causa della scarsità dei fondi erogati. La salute dei cittadini è diventata una questione di bonus, bandi e graduatorie. È questo il modo in cui chi ci governa si prende cura di noi?
Conclusioni
Il modo di intendere la sicurezza, lo stile di vita proposto per assecondare il mercato, l’imposizione acritica delle nuove tecnologie, la risposta al malessere collettivo ci inducono a pensare che la società e i governi non si pongano come un sistema nervoso ausiliario, capace di indurre co-regolazione, cioè di portare la calma nella società. Piuttosto, sembrano prevalere rappresentazioni, valori, messaggi e azioni che vanno nella direzione opposta di indurre incertezza, paura ed uno stress diffuso. Il senso di pericolo disattiva il sistema di coinvolgimento sociale, ostacola la vita comunitaria, incrementa la conflittualità e predispone a vivere gli eventi stressanti come un trauma, che assume connotazioni collettive.
Il sistema di coinvolgimento sociale è sia il fattore di rischio sia il fattore di protezione, su cui possiamo concentrare i nostri sforzi. In risposta all’indebolimento della vita comunitaria, vogliamo lavorare coscientemente per nutrire i legami affettivi nel rapporto con noi stessi, con i nostri cari, con le persone e con gli altri animali che incontriamo, ma anche con il territorio, l’ambiente naturale e il pianeta.
Per sostenere il sistema di coinvolgimento sociale individuale e collettivo abbiamo bisogno di pensieri, sentimenti ed azioni che nutrano una rappresentazione dell’essere umano come naturalmente connesso alle altre persone e all’ambiente, predisposto alla relazione, capace di collaborazione e degno di aiuto. Abbiamo bisogno di alimentare una rappresentazione della società come fondata sulla vita comunitaria e abile a prestare aiuto a chi è in difficoltà, per agire da sistema nervoso ausiliario che co-regola.
Più usiamo il sistema di coinvolgimento sociale, più ci sentiamo sicuri e protetti, radicati nel terreno di cui facciamo parte. Più ci sentiamo sicuri, più possiamo utilizzare e, quindi, rafforzare il sistema di coinvolgimento sociale, in un circolo virtuoso, che porta benefici a noi stessi, alla società e all’ambiente naturale.
La forza della relazione, che possiamo percepire quando sentiamo che siamo intimamente connessi con l’altro-mondo, è l’unica capace di contenere la violenza e la distruttività dell’essere umano, creando quei legami che permettono alla società di funzionare come un organismo, un sistema capace di autoregolarsi per mantenere il benessere collettivo.
La sicurezza che disperatamente cerchiamo non può venire dall’esterno. Tutti gli agi del mondo, la ricchezza che possiamo accumulare a scapito degli ultimi, le tecnologie al nostro servizio, i mondi virtuali in cui rinchiuderci, gli psicofarmaci che possiamo prendere per non soffrire, non potranno lenire la paura e il senso di solitudine.
L’unica sicurezza che può calmarci e porre le basi per una vita comunitaria sana e pacifica è quella che deriva dal senso di appartenenza. La paura si attenua con la fiducia in un noi che ci contiene.
[1] Stephen w. Porges, La teoria polivagale, Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione, Ed. Giovanni Fioriti Editore, 2014.
[2] Daniel J. Siegel, 2013, La mente relazionale. Neurobiologia dell'esperienza interpersonale, Raffaello Cortina Editore, 2021.







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