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PSICOLOGIA, PANDEMIA E PENSIERO RIFLESSIVO: la psicologia per il benessere individuale e collettivo

di Tiziana Franceschini



Psicologia e pandemia: riflessioni sparse

Lo stato di pandemia e la misure di contenimento adottate hanno creato un’emergenza nell’emergenza rispetto alla salute mentale generale. Come ha dichiarato l’Oms a Maggio 2021, “Siamo a rischio pandemia di patologie mentali”. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha affermato: “L’isolamento sociale, la paura del contagio e la perdita di familiari sono aggravati dall’angoscia causata dalla perdita di reddito e, spesso, dell’occupazione”. Ansia e depressione sono i sintomi principali di un malessere diffuso, che investe anche i giovanissimi. Dopo la pandemia tutti gli enti e i servizi rivolti alla salute mentale dei minori hanno registrato nei più piccoli difficoltà del sonno e della concentrazione, mentre negli adolescenti sono aumentati i sintomi legati all’ansia, alla depressione e alle dipendenze (da alcool e droga, gioco d’azzardo, web, pornografia). Il risultato di questo malessere diffuso è un aumento dei ricoveri psichiatrici dei giovani per autolesionismo, tentativi di suicidio e disturbi del comportamento alimentare. Sono sintomi gravi, che devono risvegliare le nostre coscienze: per l’intera società è il momento di prendersi cura dei propri figli.


Noi psicologi abbiamo risposto all’appello facendoci carico di una grande mole di lavoro e non sempre è stato facile, perchè al pari degli altri siamo stati investiti del disagio che vogliamo curare. Tante emozioni personali hanno reso il nostro lavoro più complesso che mai. Personalmente, ho reagito a tutte queste sollecitazioni scrivendo, perchè scrivere mi ha sempre aiutato a elaborare e a trasformare quello che succede dentro e attorno a me. Il mio primo contributo è stato un video, in cui ho raccolto delle riflessioni sulle strategie di contenimento adottate dal governo durante il primo lockdown di Marzo 2020. Ho utilizzato la chiave della teoria dell'attaccamento (vedi in NOTE) per leggere quello tra i cittadini e lo stato come fosse un rapporto genitoriale. Se questo legame gode di buona salute, la qualità di vita della società è alta, c’è equilibrio tra la libertà personale del cittadino e il suo senso di appartenenza alla collettività, si crea un clima di fiducia e di rispetto reciproci, che rende possibile fronteggiare i momenti di crisi e usarli come opportunità per migliorare. Se, invece, il legame di attaccamento tra cittadini e stato non è sufficentemente buono, i cittadini possono sentirsi insicuri e porsi verso lo stato con un atteggiamento descrivibile lungo due estremi: eccessivamente distaccato (il cittadino critico) o eccessivamente dipendente (il cittadino bambino). In entrambi i casi, la mancanza di sicurezza genera malcontento e tensioni sociali.


Il secondo contributo è stato un articolo, in cui ho raccontato come le misure di contrasto alla pandemia abbiano modificato il setting, cioè l’ambiente fisico ed emotivo della relazione psicoterapeutica. Come svolgere in videochiamata un lavoro basato sullo scambio umano? Cosa cambia nell’assetto interiore dello psicologo quando si ritrova ad affrontare argomenti legati alla pandemia, che necessariamente riguardano anche se stesso? Come fare ad ascoltare l'altro senza giudizio, se a livello personale abbiamo opinioni e facciamo scelte diverse? Il setting include anche tutti gli strumenti che sono più che mai utili affinchè la Psicologia assolva al suo compito sociale in questo delicatissimo momento storico: aiutare le persone ad accettare la paura della malattia e della morte, a riconoscere le difese (negazione, conversione, regressione, congelamento, sublimazione) che permettono di non contattare la paura, difese che sono riconoscibili a livello sia individuale sia collettivo. Solo elaborando le emozioni negative possiamo cogliere le opportunità della crisi in atto, che ci insegna a stare nel momento presente e a dare valore alla vita.


No-vax e antipsichiatria: quale collegamento?

Ora mi ritrovo di nuovo a condividere i miei pensieri, a seguito di un evento specifico. Qualche settimana fa ho ricevuto, tra le mail che pubblicizzano corsi di aggiornamento, la proposta di un corso dal titolo “I vaccini e i loro oppositori dall’antichità ad oggi”. Nell’introduzione si spiega che chi si oppone ai vaccini non recepisce un messaggio d'amore verso la scienza e verso l'umanità a causa dello scetticismo e dell'ignoranza. Il corso fornisce un'analisi del profiling del “no-vax” e offre un percorso di counseling, finalizzato a migliorare la fiducia del no-vax nei confronti dei dati scientifici. Non è facile spiegare cosa mi si è mosso dentro, quali pensieri mi hanno fatto letteralmente sobbalzare dalla sedia: l’etichettamento del no-vax, studiato come un profilo psicopatologico caratterizzato da devianza e antisocialità, il rischio di usare la diagnosi per denigrare e isolare chi è difforme dal pensiero dominante (la narrazione ufficiale e più comune di un evento) e, infine, la Psicologia come forma di cura e strumento di normalizzazione. Per meglio comprendere la mia reazione, è bene conoscere il linguaggio e le istanze dell'antipsichiatria, movimento che vede il suo massimo sviluppo negli anni ’50-’70 grazie a David Cooper, Ronald Laing e Thomas Szasz. In Italia il movimento antipsichiatrico ha ispirato la legge 180 del 1978, che ha disposto la chiusura dei manicomi, legge che porta il nome di Franco Basaglia.


Alter ego della psichiatria, l'antipsichiatria mette in dubbio il modello biologico della malattia mentale e il concetto stesso di normalità (chi stabilisce cosa è normale e cosa no?), sottolinea la stigmatizzazione sottostante la diagnosi psichiatrica, legge il disagio non solo in chiave individuale, ma anche in chiave collettiva come risposta alle contraddizioni e ai condizionamenti della società, critica i metodi di cura usati (medicalizzazione forzata, reclusione negli ospedali psichiatrici, pratiche dannose come la lobotomia e l'elettroshock), evidenzia il rischio di usare la diagnosi per controllare e limitare la devianza dalle norme sociali. Un filone importante dell'antipsichiatria pone l'attenzione sul legame tra la psichiatria e l'industria farmaceutica, sottolineando la presenza di conflitti d’interesse tra medici e ricercatori. L'industria farmaceutica finanzia le ricerche e influenza la pratica clinica, portando a una massiccia medicalizzazione della società: vogliamo farmaci che sopprimano i sintomi, sempre più abbiamo bisogno di antidepressivi e ansiolitici per andare avanti. Insomma, l’antipsichiatria porta la riflessione su temi che ancora oggi risultano attuali e capaci di dare vita ad un dibattito utile.


La diagnosi come sintomo individuale e sociale

L'antipsichiatria ci fa riflettere sul concetto di diagnosi, punto cardine della scienza medica. Forse non tutti sanno che la diagnosi psichiatrica ha un carattere relativo, perché è frutto della cultura di appartenenza e di un dato momento storico. Qualche esempio? La Psicologia nasce con Sigmund Freud nella Vienna di fine '800 dal tentativo di curare le pazienti isteriche, donne che presentavano una serie di sintomi, per lo più somatici (paralisi, tremori, convulsioni, cecità, svenimenti...), non riconducibili a un problema fisiopatologico. Oggi questa classificazione diagnostica non esiste più, perché la società è cambiata. La diagnosi di isteria ci parla di una cultura che inibiva la libera espressione, la vita sessuale e la crescita personale delle donne, le quali manifestavano il loro malessere sociale in una forma così comune e riconoscibile da essere diagnosticabile. Curare la singola donna senza tenere conto del suo ambiente vuol dire lavorare a favore dell'adattamento a una società ingiusta, di fatto colludendo con essa. L'isteria è, quindi, una diagnosi riferibile alla società, per cui è la società che dobbiamo cambiare: anche grazie al movimento culturale della psicoanalisi, la morale sociale è stata messa in discussione per dare più spazio alla vita emotiva e alle pulsioni del singolo. L’intera società è cambiata per divenire meno discriminante verso le donne.


Un altro esempio riguarda ancora la sessualità, ma è più vicino ai nostri giorni. L’omosessualità è stata tolta dall'elenco delle malattie mentali solamente il 27 maggio 1990, data che celebra la giornata mondiale contro l'omofobia. Questa la storia della diagnosi di omosessualità in base alle revisioni del DSM (Diagnostic and statistical manual of mental disorders), che è come la bibbia delle diagnosi: nel 1952 è classificata tra i Disturbi sociopatici di personalità, nel 1968 la troviamo tra le Deviazioni sessuali in compagnia di Pedofilia, Necrofilia e Zoofilia, nel 1974 la diagnosi permane per la variante egodistonica dell’omosessualità (quando non è accettata e vissuta serenamente dalla persona). Anche in questo caso, il rischio della Psicologia è quello di voler aiutare il singolo sulla base di una diagnosi di omosessualità, senza comprendere che diagnosticare le persone che hanno un orientamento sessuale minoritario è il modo migliore per creare loro un problema. Quello che chiamavamo sintomo era un malessere della società, che andava aiutata ad evolvere verso una mentalità più aperta, in modo da non ostacolare la libertà sessuale delle persone.


Un ultimo doveroso esempio di diagnosi riguarda i bambini, che rispecchiano le nevrosi e le inadempienze del nostro traballante mondo. Nel 2019 il Miur pubblica dei dati da cui emerge che nelle nostre scuole i bambini con certificazione di Disturbi di apprendimento rispetto all'anno scolastico 2017/18 sono passati dallo 0,7% al 3,2%. Negli ultimi quattro anni le certificazioni di Dislessia, Disortografia e Discalculia sono aumentate rispettivamente del 163%, del 149% e del 160%. Agli studenti con disturbi di apprendimento aggiungiamo un 3-4% circa (i dati epidemiologici sono diversi, perchè non raccolti su scala nazionale) di bambini con ADHD, disturbo caratterizzato da una combinazione variabile di impulsività, iperattività e disattenzione. Come possiamo leggere queste diagnosi? Sono riferibili ai bambini o, piuttosto, ad una scuola depauperata di risorse, fatta di edifici fatiscenti, classi numerosissime, insegnanti stanchi e demotivati? In gran parte, le diagnosi ci parlano di una scuola che è rimasta indietro: pensata per garantire un’alfabetizzazione di base alla società italiana del dopoguerra, per lo più propone ancora una didattica frontale, in cui l’insegnante parla e gli allievi seduti in silenzio recepiscono. Una didattica simile non è più adatta ai bambini di oggi, al loro bisogno di muovere il corpo e di fare esperienze dirette, ai ritmi di vita accelerati a cui noi adulti li abbiamo abituati, ai brevissimi tempi dell’attenzione che caratterizzano le nuove tecnologie. Va bene portare i bambini dallo psicologo, dal logopedista e dal neuropsicomotricista, ma ricordiamoci che i figli non fanno che riflettere e amplificare le nostre mancanze. Tutte queste diagnosi sono espressioni di un malessere sociale diffuso, sono una richiesta di aiuto della società, che ci dice che dobbiamo cambiare qualcosa.


Pro-vax e No-vax secondo la teoria dell'attaccamento: l'insicurezza sociale

Sulla base di questa premessa, come leggere il profiling del “no-vax” che il corso di aggiornamento propone? Nel lavoro clinico con il singolo, un’etichetta del genere ha un effetto controproducente, perchè crea nello psicologo un pregiudizio, che necessariamente limita la possibilità di espressione del paziente e il grado di empatia del professionista. Ricordiamoci quello che dicevamo prima a proposito del setting: uno psicologo deve prima di tutto accogliere la persona con un atteggiamento equanime e non giudicante per offrire un ascolto amorevole, al di là delle proprie posizioni personali, che possono essere diverse da quelle del paziente su infiniti punti, come l’orientamento sessuale, politico, religioso e sanitario.

L’antipsichiatria ci insegna che per non etichettare il singolo è bene leggere il comportamento anche in chiave sociale. Cosa il no-vax ci racconta della nostra società? L’etichetta “no-vax” ci parla di un gruppo di persone eterogeneo e difficilmente omologabile, forse meglio definibile come “free-vax”, che rivendica la propria libertà di scelta in ambito terapeutico e che, in molti casi, dissente dalla narrazione ufficiale rispetto ai vaccini, spesso esprimendo una vera e propria mancanza di fiducia verso lo stato. Cosa ci stanno dicendo queste persone? Perchè sentono minacciata la propria libertà? E, soprattutto, perché parlano come se non avessero più fiducia nello stato? Riprendendo la chiave della teoria dell’attaccamento, possiamo leggere il senso di costrizione e la sfiducia dei cittadini come sintomi di un attaccamento di tipo insicuro, di fronte al quale la prima domanda che un clinico si pone è la seguente: lo stato è un genitore sufficientemente buono, che sa prendersi cura dei suoi cittadini?

Uno stato degno di fiducia è quello che offre alle persone dei buoni servizi pubblici, primi tra tutti un sistema scolastico e un sistema sanitario capaci di accudire bambini e malati. Se adottiamo questo punto di vista, non possiamo che vedere i così detti no-vax come risultato delle mancanze dello stato sociale italiano, che negli ultimi decenni ha fatto scelte tali da impoverire la scuola e privatizzare una larga parte della sanità, esponendo tutto il settore delle cure al rischio dei conflitti di interesse. Se la salute è un business, l’obiettivo diventa il profitto, piuttosto che il benessere dei cittadini. Ciò va di pari passo con una tendenza culturale alla medicalizzazione, in base alla quale rispondiamo al disagio richiedendo sempre più analisi mediche e sempre più farmaci, invece di domandarci se abbiamo una buona qualità di vita. Insomma, se parafrasiamo la teoria dell’attaccamento per leggere il comportamento dei no-vax, potremmo dire che un genitore distratto ed incurante perde autorevolezza agli occhi dei figli.


Ma la teoria dell’attaccamento ci dice che questa è solo una delle reazioni possibili: i bambini rispondono all’insicurezza del legame enfatizzando la propria autonomia oppure, al contrario, enfatizzando la propria dipendenza. Così, da una parte i no-vax incarnano la polarità dell’autonomia, esprimendo un pensiero divergente, che a volte sembra proprio non tenere conto delle indicazioni dello stato-genitore. All’estremo opposto, abbiamo una serie di cittadini che sembrano dare voce alla tendenza contraria, la polarità della dipendenza. Parliamo dell’altra faccia della medaglia: persone poco critiche, bisognose di regole, che seguono in modo ancora più rigoroso del necessario (un esempio per tutti: chi durante il lockdown insultava le persone che andavano a correre), manipolabili da ciò che sentono dire in televisione, dipendenti dal parere dell’esperto di turno, poco capaci di reperire informazioni in modo autonomo. Insomma, se un no-vax può essere accusato di complottismo, un pro-vax potrebbe essere tacciato di ingenuità. Se entrambi questi estremi ci parlano di un rapporto poco sicuro tra i cittadini e lo stato, può essere utile chiederci se è possibile migliorare la qualità di questo rapporto. Vogliamo ristabilire un equilibrio tra il senso di appartenenza alla società e la libertà personale, altrimenti saremo sempre infelici: liberi, ma sradicati, oppure radicati, ma schiavi. La pandemia può essere l’occasione per migliorare e per ricostruire un terreno sociale solido, offrendo ai cittadini tutele, cure e servizi che li facciano sentire al sicuro a livello pratico ed emotivo.


Il ruolo della Psicologia: il pensiero riflessivo in tempo di crisi

Se faccamo un passo in più, possiamo spingere il nostro ragionamento oltre i limiti del dualismo. La contrapposizione tra pro-vax e no-vax è una polarizzazione rischiosa, che crea fronti, divide la società civile, spacca le famiglie, distrugge le amicizie, creando un terreno di scontro, in cui ognuno scarica la propria rabbia contro il suo nemico designato. La Psicologia ci insegna a riconoscere questi meccanismi di difesa (rimozione, proiezione, spostamento etc.), che agiscono sia a livello individuale sia a livello sociale. Piuttosto che alimentare l’odio e la discriminazione con l’uso di diagnosi etichettanti, in un momento storico così delicato la Psicologia ha il dovere di diffondere strumenti di consapevolezza sociale, che spieghino questi meccanismi: la rabbia è una difesa primitiva, che ci permette di non contattare la paura. Per non cadere nella trappola della rabbia dobbiamo sentire la paura che la pandemia ha generato: paura del contagio e della morte, paura dell’isolamento, paura di perdere i nostri cari, paura di perdere il lavoro, paura di dover rinunciare alla libertà, paura di perdere la vita “come era prima”.


La Psicologia può essere utile se è fedele al suo mandato, che è quello di sostenere la così detta funzione riflessiva (Peter Fonagy, Mary Target, Attaccamento e funzione riflessiva, Ed. Cortina Raffaello, 2001): la capacità di comprendere se stessi e gli altri sulla base degli stati mentali (sentimenti, emozioni, intenzioni, convinzioni, valori). Grazie alla possibilità di ragionare in termini di stati mentali, diamo significato all’esperienza e capiamo qual è di volta in volta la scelta migliore per noi. Riflettere aiuta anche a sviluppare un pensiero divergente e creativo, capace di contemplare e soppesare diverse alternative possibili. La salute mentale si basa sulla flessibilità necessaria al cambiamento, mentre il disagio deriva dalla paura del cambiamento.

Qualsiasi psicologo sa per esperienza clinica che uno degli ostacoli maggiori alla salute emotiva è un pensiero rigido e conformista, espressione di una forma di insicurezza tale per cui la sicurezza che non abbiamo dentro la cerchiamo fuori di noi, adeguandoci passivamente al pensiero comune. Per essere rassicurati, per sentirci accettati, per avere conferma che siamo giusti-normali-sani, ci appelliamo alle convenzioni sociali: la maniera corretta di vivere e di amare, l’età migliore per fare determinate cose, il modo giusto di mettere sù famiglia e di crescere i figli etc...Ma, quando abbiamo bisogno di cambiare, ci serve una buona dose di pensiero divergente, grazie al quale andiamo oltre tutto ciò che è definito “normale”, oltre le abitudini e le consuetudini per trovare nuove strade e aprire nuovi orizzonti. Su questo processo si basa la nostra adattabilità, che ci permette di fare fronte alle difficoltà (il sintomo, la malattia, la crisi), rendendole opportunità di cambiamento. La Psicologia sostiene il cambiamento lavorando a favore della flessibilità mentale, della libertà interiore e della fiducia di ognuno in noi stessi, negli altri e nella forza evolutiva della vita.


Una nota a parte merita il fatto che il ruolo della Psicologia si fa più critico se la società propone un modello di vita che va contro il benessere del singolo e della collettività. Questo è il rischio della nostra società, in cui l’ago della bilancia spesso pende a favore della produttività economica e degli aspetti prettamente materiali della vita. In questo caso, non possiamo che farci ancora più portavoce di un pensiero orgogliosamente divergente. Per trovare nuovi modi di vivere dobbiamo ascoltare i così detti sintomi: quello che classifichiamo come una dignosi, ciò che non vorremmo vedere del nostro mondo (la delinquenza, la povertà, la guerra, la malattia), le cose che ci mandano in crisi...sono tutti messaggeri di rinnovamento, sollecitazioni a cambiare verso una vita migliore.

Oggi la Psicologia può e deve divergere a favore di uno stile di vita più umano, caratterizzato da tempi lenti, in cui possano trovare spazio il silenzio, il sussulto delle emozioni, la voce di un bambino che ci chiama a giocare, un raggio di sole che esce dalle nuvole. Vogliamo essere felicemente improduttivi, stare invece di fare, per creare uno spazio in cui sentirci e ascoltare ciò che è bene per noi. Qui cresce anche la fiducia nel fatto che, quando la coscienza è sveglia e il cuore è aperto, le nostre esigenze trovano un accordo con le esigenze dell’altro e della collettività, perchè siamo tante individualità diverse che formano un corpo unico. In questo spazio di fiducia possiamo ricostruire uno spirito di comunità, una comunità di cuori in cui nessuno è mai solo.



NOTE

Secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby (Una Base Sicura. Applicazioni cliniche della Teoria dell'Attaccamento, Raffaello Cortina, 1988), la qualità delle prime cure fornite dai genitori influenza profondamente lo sviluppo della psiche. Un legame di attaccamento ottimale, detto sicuro, si realizza quando i genitori sono così disponibili e affidabili da dare sicurezza al bambino, che così sviluppa autostima, autonomia e desiderio di esplorazione. A partire dalla teoria dell’attaccamento, Mary Ainsworth (Modelli di Attaccamento e Sviluppo della Personalità, Raffaello Cortina, 2006) approfondisce lo studio dei modelli più o meno funzionali che il legame di attaccamento veicola. Semplificando, bambini che hanno fatto esperienza di un attaccamento sicuro formano una rappresentazione di sé come degni delle cure ricevute, una rappresentazione dell’altro come affidabile e una rappresentazione della relazione connotata da emozioni positive. Al contrario, bambini che non hanno ricevuto cure adeguate sviluppano sentimenti di angoscia, paura e rabbia, da cui si difendono distaccandosi dalle emozioni e minimizzando il bisogno dell’altro (modelli insicuri distanzianti-evitanti) oppure enfatizzando le richieste di vicinanza e di cura (modelli insicuri preoccupati-ansiosi). Se l’attaccamento sicuro è descrivibile come un equilibrio flessibile tra autonomia e dipendenza, nell’attaccamento insicuro abbiamo un disequilibrio che enfatizza il polo dell’autonomia o quello della dipendenza a scapito dell’altro.


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